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Modello Estonia in Italia: zero burocrazia, tasse basse e infrastrutture per le nostre start up

In alcuni momenti dell’anno è tempo di classifiche per ragionare a che punto siano i Paesi negli ambiti più disparati. L’Italia non gode mai di buone posizioni, purtoppo. Soprattutto sul tema a me più caro, digitalizzazione e nascita di start up, tocchiamo sempre un tasto dolente.

Dal mio punto di vista non è mai abbastanza parlarne. Non per fare polemica, non mi appartiene.

Ma per svegliare e stimolare un confronto sano con la classe politica e provare e dirigerla verso cambiamenti veloci.

Va svecchiato un sistema che – mai come in questo presente – ci pesa sulle spalle come un macigno.

Estonia, ancora una delle società digitalmente più avanzate.

Per capire quanto ci sia da fare in Italia, mi piace sempre pensare ai Paesi che sono riusciti a fare un volo grazie alla digitalizzazione e alle start up.

Nonostante la sua manciata di cittadini  (1,3 milioni di persone), la “Piccola Estonia” è ancora tra le società digitalmente più avanzate al mondo. Anche quest’anno è prima in classifica.

Qualcuno la definisce la “mecca” della tecnologia: ha il più alto numero di startup pro capite (oltre 30 ogni 100mila abitanti, contro le 5 della media europea), una delle connessioni ad Internet più potenti al mondo, la programmazione è una delle colonne portanti del sistema educativo, il 99% dei servizi pubblici del Paese sono disponibili via web 24 ore su 24.

L’Italia nell’Indice di digitalizzazione dell’economia e della società (DESI 2020) della Commissione europea  risulta in 25° posizione su 28 Stati membri.

Il mio non è un paragone con l’Estonia, perché non avrebbe senso.

Sono due Paesi con una storia completamente diversa. L’Estonia – con il post Unione Sovietica – ha avuto una seconda vita ed ha cominciato da zero riuscendoci egregiamente, ma noi continuiamo a non focalizzare cosa potrebbe aiutare il nostro Paese ad una svolta economica, imprenditoriale e digitale.

L’Estonia in Europa è vista anche come il paese dove è più facile far crescere e fondare una start up, l’Italia è realmente e concretamente un Paese dove creare una start up costa un impegno importante sia in termini economici, infrastrutturali che burocratici.

L’Italia e il mancato supporto per una nascita e crescita veloce delle aziende.

Nell’era digitale uno dei fattori più importanti per un’azienda (anche non strettamente legata al mondo digital)  è il tempo, la velocità con cui si sviluppa e si rinnova.

I mercati sono competitivi in modo spietato, non ti aspettano e chi non sta al passo muore.

Fatta questa premessa, il nostro Paese è forse tra quelli che più ostacola la nascita e la crescita delle start up.

Per costituire un’azienda seria in Italia, che sia quindi almeno una srl, ci vogliono: un atto notarile, uno statuto articolato, una successiva registrazione in Camera di Commercio e una serie di adempimenti di natura economica e burocratica.  

In media un piccolo imprenditore deve investire almeno 2000 euro (al Nord anche 3500) per dare il via ad una start up, si deve affidare ad un commercialista e deve essere pronto a scontrarsi con un sistema burocratico che può stancare ancor prima di cominciare il proprio lavoro di imprenditori.

Negli Usa ci sono Stati dove con 500 dollari apri un’azienda e puoi cominciare un sogno.

Creare una start up innovativa online, ma con quanta fatica?  

È vero che in Italia dal luglio 2017 si è data la possibilità di costruire la propria impresa senza notaio grazie alla nuova piattaforma del Registro delle Imprese.

Innanzitutto è possibile aprire una SRL online senza spese notarili solo se si tratta di Start up Innovativa (in tutti gli altri casi le spese notarili ci sono comunque), ma soprattutto è una procedura molto faticosa e che richiede uno staff dedicato e già competente.

La nostra personale esperienza in Digital non è stata felice. Abbiamo aperto due start up attraverso la piattaforma on line e pur avendo gli strumenti, le capacità e l’esperienza pregressa di aver creato un distretto digitale, ci abbiamo impiegato 3 mesi la prima volta e due nella seconda occasione.

Anche qui la burocrazia fa la parte del leone. Sempre pronta a trascinarti nel suo buco nero.

Tutto questo scoraggia enormemente sia chi è alle prime armi, sia chi vuole andare avanti nella sua strada imprenditoriale.

Tante risorse pubbliche e opportunità di investimenti, ma poche agevolazioni fiscali e infrastrutture inadeguate

Nell’ultimo decennio si sono aperti scenari interessanti in materia di fondi pubblici e finanziamenti. Anche la pandemia ha, in qualche modo, favorito l’interesse e un occhio di riguardo alle imprese che fanno e producono innovazione.

Ma i problemi più spinosi sono sempre a monte.

Essere start up in Italia non significa avere particolari agevolazioni fiscali. Se una azienda con un anno di vita fa un utile di 500mila euro, dovrà comunque destinare quasi la metà al fisco.

Nessuno dice che le tasse non siano un dovere sacrosanto di noi imprenditori.

Ma ha veramente senso non dare l’opportunità ad aziende giovani di diventare solide e fortificarsi nei primi anni? Magari si potrebbe alleggerire il carico fiscale con l’obbligo di reinvestire i capitali e non distribuire gli utili.

Ci vogliono più agevolazioni fiscali per “accompagnare” realmente le start up nella loro prima fase di nascita e crescita per poi entrare a regime come tutte le aziende strutturate e fare la propria parte con il fisco.

Si creano spesso delle situazioni paradossali e contorte in Italia per le quali gli imprenditori preferiscono fare investimenti non particolarmente primari piuttosto che versare tasse allo Stato.

Gli startupper migliori si fanno strada all’estero

Tutto quello che vi ho raccontato ha tante conseguenze sul nostro sistema economico, ma anche sul versante risorse umane e fuga di cervelli brillanti.

È ovvio che di fronte a queste difficoltà spesso insormontabili, chi può cerca isole felici dove far decollare le proprie idee con facilità e serenità.

L’Estonia è appunto una di quelle isole, dove le tasse esistono ma sono basse e compatibili con un’azienda che è agli inizi del suo percorso, perché non esistono barriere infrastrutturali e burocratiche e dove non si richiede del supporto di consulenti o professionisti per partire con un’impresa.

L’ingessatura in cui il nostro Paese è fermo da anni, impedisce il suo decollo. I talenti ci sono, la voglia di fare impresa anche. Vanno solo sostenute e agevolate su tutti i fronti possibili.

Speriamo che la veloce digitalizzazione che la pandemia ha reso necessaria, sia almeno la porta verso un futuro nuovo e più scorrevole anche per le start up italiane.





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