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No a parenti e amici nella propria azienda! Una regola d’oro che ho infranto solo una volta

Correva l’anno 2000 quando ho fondato la mia prima azienda e in 20 anni ho sempre preservato una regola d’oro: nessun parente e nessun amico al mio fianco nell’attività imprenditoriale.

Pensare una cosa del genere in un Paese come l’Italia mi rende quasi un extraterrestre, lo so.

Siamo tra i Paesi europei con il più alto numero di imprese familiari che ammontano a 784.000 e costituiscono il 60% del mercato azionario.

Anche nel mio caso la tentazione c’è stata. Spesso si creano occasioni che sembrano perfette e ci passano accanto competenze e professionalità “amiche” di cui avremmo proprio bisogno.

Ma ho sempre guardato avanti e non sono caduto in quello che considero un errore.

Più avanti vi elencherò almeno tre buone ragioni per non tradire mai questa scelta se siete imprenditori o se avete intenzione di diventarlo.

Mio fratello Tommaso, la mia unica eccezione

Chi conosce la mia storia potrebbe farmi la peggiore delle obiezioni. E, cioè, che quello che dico non corrisponda a verità.

Da quando ho fondato la mia prima azienda, infatti, ho sempre avuto al mio fianco Tommaso, mio fratello.

L’unica eccezione alla mia fede incrollabile.

A mia discolpa direi che non sono esattamente venuto meno alla mia idea.

Nel nostro caso nessuno ha scelto di coinvolgere l’altro, ma semplicemente abbiamo deciso di partire insieme.

Perché voglio raccontarvi la mia esperienza?

Perché, nella maggior parte dei casi, le aziende familiari vivono dei percorsi complessi e anche dolorosi per conciliare la vita affettiva e quella professionale che sono spesso la causa di affari andati in fumo o di rapporti importanti che si interrompono.

La mia storia credo somigli a quella di tanti. Ma ha (per il momento) un lieto fine.

Se oggi, dopo venti anni, io e Tommaso lavoriamo ancora l’uno al fianco dell’altro e per gli stessi obiettivi non è perché abbiamo in tasca la ricetta perfetta.

Ma abbiamo forse preservato, più di ogni altra cosa, un sentimento raro e difficile da manifestare: il rispetto.

Cominciamo per ordine

Gli anni difficili tra due fratelli nella stessa azienda

Nel 2000 io e Tommaso abbiamo fondato insieme la nostra prima azienda.

Lui esperto di finanza nel settore assicurativo, io “nerd” con tanti sogni e ambizioni.

Gli inizi sono stati semplici, mio fratello mi affiancava solo in alcune specifiche attività, mi occupavo quasi completamente di tutto io.

Poi è arrivata Insem e la scelta di Tommaso di dedicarsi completamente alla vita imprenditoriale.

Da quel momento si sono accentuate le nostre distanze caratteriali, i modi diversi e a volte incompatibili di vedere il modo di fare impresa.

Io proiettato verso un forte controllo di tutte le dinamiche aziendali, con una visione piena dell’impresa, delle persone che ci lavoravano.

Lui più solitario, con una visione settoriale e grande concentrazione sugli aspetti finanziari in cui è diventato bravissimo e di cui non potrei più fare a meno.

In sintesi la sua una visione più manageriale e la mia decisamente aziendale ci hanno allontanato per non poco tempo.

Queste differenze hanno reso il nostro rapporto in alcuni anni molto conflittuale, forse anche per colpa mia che avendo più leadership mi sono trovato spesso ad essere dominante, sia come ruolo che ricoprivo che come personalità, ma ho imparato a gestire anche queste sfumature del mio carattere.

Con il tempo è arrivato l’equilibrio, la forza di andare avanti e insieme anche nei momenti critici ha favorito il clima disteso che respiriamo oggi in azienda.

Nonostante questo, resto dell’idea che sia uno degli aspetti più complessi da gestire per chi fa impresa.

Mescolare affetti e lavoro è sempre un rischio che non vale la pena di correre.

Cosa fare per trovare un equilibrio se ci sono legami familiari?

La mia esperienza racconta che un equilibrio è possibile trovarlo comunque.

Con il tempo, la ragionevolezza, ma soprattutto con la riconoscenza delle qualità reciproche e cercando di avere più fiducia nell’altro senza cadere in giudizi continui e affrettati.

Tommaso mi è stato affianco ed è stato dalla mia parte soprattutto quando ci sono state decisioni difficili da prendere, come tensioni tra soci o momenti di forte criticità.

Il rispetto delle diversità, la stima reciproca, il saper riconoscere all’altro quello che è e anche quello che non pensava sarebbe diventato.

Abbiamo avuto l’intelligenza di fidarci e di lasciare agire l’altro nel proprio raggio d’azione senza troppe intromissioni.

Io, d’altra parte sono il pazzo che ha fatto 15 aziende. E Tommaso resta l’imprenditore più pacato, riflessivo, attento che di aziende ne ha fatte 3 ma sulla cui spalla posso sempre contare.

Oggi è una grande soddisfazione vederlo orgoglioso anche di quello che ho creato io senza di lui. Di vederlo partecipe anche nelle aziende in cui non ha investito, ma non resta più ai margini o a guardare ma mi affianca e mi supporta anche in quelle.

Ultimamente c’è una grande riconoscenza reciproca per quello che abbiamo fatto. Non c’è più tensione e non c’è più contrasto. Siamo reciprocamente una spalla forte.

Non dimenticate la regola d’oro: mai amici e parenti nella propria azienda

Sono tante le ragioni per le quali ho sempre pensato che fosse giusto così. Il tempo e l’esperienza non hanno fatto altro che consolidare in me questa certezza.

Dove c’è una famiglia, ci sono gli affetti e l’emotività. È troppo complesso e faticoso saper mettere insieme affari, problemi quotidiani di gestione, figli, mogli, mariti, parenti acquisiti.

  • La prima ragione per la quale non si devono assumere amici e parenti

Se scegli di assumere amici e parenti, devi essere pronto al peggio. L’eventualità che gli altri dipendenti pensino che si tratti di un favoritismo esiste eccome e tu non puoi fare finta di niente.

Devi essere pronto ad affrontare chi insinuerà che il nuovo arrivato è riuscito a sbaragliare la concorrenza solo perché ti conosce bene.

  • I rapporti di amicizia possono essere compromessi dal lavoro

Non si deve sottovalutare la possibilità che il rapporto con un amico o un parente possa essere compromesso per colpa del lavoro.

Molte persone non riescono a separare la sfera privata da quella professionale e reagiscono male alle incomprensioni e ai possibili contrasti che possono nascere in ufficio.

Io mi chiedo sempre se ne valga la pena rischiare che un’amicizia possa uscire con le ossa rotte dopo un rapporto lavorativo. E la mia risposta è sempre no.

  • La grande responsabilità di assumere un amico o un parente

Quando penso e agisco per le mie aziende devo e voglio sentirmi libero di fare le mie scelte e di pensare sempre al bene dell’impresa e alle persone che ne fanno parte.
Assumere o coinvolgere in un progetto professionale un amico significa assumersi una grande responsabilità. Se la scelta non dovesse essere quella giusta come se ne esce ?

Non consideratemi cinico, anzi.

A volte è bello poter essere una persona diversa fuori dal contesto aziendale…





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