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Perdiamo ancora il 70% delle Start up. La colpa è degli Investor o degli startupper?

Ogni anno arriva l’impietosa stima della percentuale di mortalità delle nostre Start up. Ci spero sempre che i numeri migliorino, ma sono già consapevole che, le se le dinamiche restano le stesse, le risposte non potranno ancora cambiare.

Il 2021 sarà ricordato come l’anno dei record degli unicorni. Ovvero tutte quelle nuove società che puntando sull’innovazione e la tecnologia sono arrivate a valere almeno un miliardo di dollari in pochissimo tempo.

Da gennaio ad oggi in tutto il mondo se ne contano almeno 830.

Dall’altro lato però c’è la notizia che conta. Quella di un numero impressionante di nuove aziende che muoiono ancora prima di muovere i primi veri passi sul mercato.

Il 70% delle start up tecnologiche fallisce e quelle di prodotto muoiono o smettono di crescere in breve tempo nel 97% dei casi.

Nonostante se ne parli da anni, è ancora legittimo chiedersi il perché.

O più precisamente per colpa di chi e a causa di cosa.

Sono gli investitori che non puntano sui cavalli vincenti o sono gli startupper che non sono pronti per la sfida aziendale?

Vi do il mio punto di vista.

Che è quello di chi lavora con le aziende e per le aziende ogni giorno.

Da circa vent’anni questo è il mio pane quotidiano e a corredo di quelle che sono le analisi e gli studi degli specialisti e degli esperti di queste dinamiche, ho una visione abbastanza precisa. Che si va consolidando nel tempo.

Le responsabilità, se così vogliamo chiamarle, vanno un po’ divise a metà.

Partiamo dal lato investitore

Perché continua, in molti casi, a non prendere la mira giusta?

Mi capita spesso di osservare come anche chi fa questo mestiere si innamori delle idee o dello startupper che ha un modo di porsi accattivante e che ha imparato bene le logiche degli investor.

Il rischio è che non riescano ad entrare veramente nel modello di quel progetto e valutino in modo più superficiale la parte operativa e di esecuzione del progetto.

Aspetti fondamentali per non dire determinanti. Commettendo così l’errore di puntare sul cavallo sbagliato.

Sul fronte Startupper

Qui il problema è più complesso e si dovrebbe rimediare quanto prima.

Con enorme disappunto noto che molti startupper non sanno veramente cosa significhi fare impresa.

Si lanciano in questa sfida con troppa leggerezza e senza capire quanto prima dell’idea e della voglia di fare, ci debbano essere delle competenze e anche l’obiettivo di crederci rischiando sulla propria pelle.

Spesso non sanno cosa significhi scalare con degli obiettivi, fare team, fare gruppo, iniziano qualcosa di troppo serio in modo rilassato e “protetto”.

Quando le start up hanno l’opportunità di essere finanziate, in parte, è come se ricevessero un danno.

Rischiare anche solo un piccolo budget iniziale proprio, ti rende più consapevole e coinvolto sul progetto che stai portando avanti.

In questi ultimi anni sono arrivati investimenti importanti sulle start up e ne siamo felici.

Ma si deve puntare su persone in grado di gestire un’azienda e che abbiano qualcosa da perdere.

Se la logica che si sta seminando è che i soldi arrivano e non è importante come vada a finire, il nostro Paese non riuscirà a vivere una vera crescita.

Un danno all’imprenditore

Io lo chiamo così. L’investimento sull’impresa sbagliata crea un danno all’imprenditore che non riuscirà mai a scoprire qual è il suo vero valore: il rischio.

L’imprenditore deve essere consapevole dell’execution del progetto e se può funzionare anche senza risorse esterne ed investitori.

Un mix tra le due cause

Il numero di mortalità di start up si porta dentro, dunque a mio avviso, entrambe queste dinamiche.

Ma è veramente il 70% delle start up che muoiono il vero dato da considerare?

La realtà è che ne muoiono tante perché ne nascono troppe.

Ce ne dovrebbero essere di meno e con una scuola imprenditoriale di un certo livello alle spalle per far avanzare sul mercato chi ha una maggiore cognizione di fare impresa e di cosa sia il business.

Questo ridurrebbe tantissimo il numero di progetti e sanerebbe a monte il problema che ci troviamo di fronte ogni anno quando arrivano le stime.

Proviamo da domani a finanziare solo 20 aziende su 100. Le ottanta che comunque morirebbero lasciamo che aspettino tempi più maturi di consapevolezza. E su quei venti possiamo fare un buon lavoro con risultati completamente diversi da quelli che guardiano ogni anno.





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