Menu Chiudi

Smartworking? No, grazie!

Tra qualche giorno sarà esattamente un anno da quando il Covid ha fatto ufficialmente ingresso nel nostro Paese. Una pandemia che ha stravolto la vita di tutti e su più fronti.

Tra i cambiamenti più estremi e radicali che ha portato con sé, uno ha riguardato senza dubbio il mondo del lavoro.

Fin dal primo lockdown, in Italia è stata sdoganata una pratica già piuttosto diffusa in Nord Europa e nel resto del mondo: lo smart working, che meglio definirei home working.

In quasi tutti i contesti aziendali ci si è riorganizzati con formule piene o a rotazione e ci si è adeguati, dove possibile, ad una collaborazione a distanza grazie al supporto della tecnologia.

Ho letto tantissimi commenti positivi di miei “colleghi” imprenditori a riguardo.

Ed ecco allora che arriva il mio punto di vista. Dopo averlo sperimentato e praticato per quasi un anno, sulla mia bilancia pesano più i contro che i pro.

Ebbene sì, pur lavorando nel settore digitale, non sono a favore dello smart working!

Vado in controtendenza e dico No allo Smartworking

A chi mi chiede se anche in Digital District abbiamo fatto smart working, rispondo chiaramente di sì.

Ci siamo adeguati alle misure anti-Covid come è giusto che fosse, ma non abbiamo desiderato altro che rientrare tutti e lavorare insieme nei nostri spazi di lavoro.

Fermi tutti, se state già pensando che io sia uno di quegli imprenditori che vuole i suoi collaboratori a tiro perché altrimenti non si sente sereno, state sbagliando.

Chi mi conosce, chi lavora con me da anni, sa che non l’ho mai fatto.

Non so se a ragione o a torto, ma ho sempre avuto un approccio di massima fiducia con chi entra a far parte della mia squadra e sono stato nella maggior parte dei casi ripagato con la stessa moneta.

Almeno 3 buone ragioni per non amare lo smartworking

Sono in particolare tre le cose che considero deleterie per il mondo del lavoro e che lo smart working inevitabilmente genera.

C’è innanzitutto una perdita del senso di collaborazione e si vive il lavoro con una noia mortale

Si è parlato tanto quest’anno di quanti vantaggi avesse in qualche modo portato con sé lo “smart working”.

E nonostante alcuni di essi siano senza dubbio validi, soprattutto quello di non favorire la diffusione del virus, vi invito a ragionare insieme a me su quanto, a volte anche senza accorgercene, abbia invece danneggiato il nostro modo di vivere il lavoro e di collaborare con i nostri colleghi.

Sfatiamo questo mito, non si lavora affatto bene in smartworking!

Si perde il senso stesso del lavoro che è quello di portare avanti un progetto insieme ad altre persone e non relegati ognuno in una propria stanza con un pc collegato.

Gli ambienti di lavoro stimolano le persone da tantissimi punti di vista, sviluppano la socialità, creano relazione, empatia, nascono idee, amicizie e invece in smart working cosa accade ?

  • Si lavora di più e si lavora male

A chi crede che l’avversione allo smart working sia animata da una sete di controllo sui propri collaboratori, rispondo che – se è possibile – è proprio esattamente il contrario.

Lavorare da casa comporta almeno il doppio della fatica.

Ci sono molte ore di lavoro in più, uno stress notevole nel conciliare – in uno stesso spazio – esigenze diverse tra loro e soprattutto c’è tanta frustrazione nel dedicare troppo tempo al lavoro non riuscendo a raggiungere più i risultati di prima.

Non ci sono più pause, non esiste quel meraviglioso momento in cui finalmente si può dire “ho staccato dal lavoro”.

È una bulimia di mail, messaggi, call infinite a qualunque ora.

Pc accesi h24 su una scrivania o un tavolo di fortuna al quale lanciare sempre uno sguardo per non perdere una comunicazione importante e improvvisa che può arrivare in qualunque momento della giornata.

  • Nessun confine tra vita lavorativa e privata

E’ praticamente impossibile con lo smart working creare un confine tra la propria vita privata e quella professionale.

È una dinamica sulla quale ci siamo trovati a scherzare tante volte in questi mesi, complici anche alcuni video esilaranti condivisi sui social.

Uno per tutti quello del Professor Robert Kelly collegato in diretta con la BBC che si ritrova d’improvviso alle spalle i suoi figli e la baby sitter che li insegue.

A chi non ne è capitato almeno uno di questi episodi?

La verità, però, è che dietro tutto questo si cela un disagio enorme di non godere a pieno più di nessuna delle due cose.

Di non potersi dedicare come si vorrebbe in modo completo e organizzato né alla vita personale né a quella lavorativa.

  • Siamo diventati delle telecamere spente

Nel tempo lo smart working è diventato la normalità al punto tale da non consentirci più di vedere in che modo gestiamo i nostri rapporti di lavoro. E facendoci considerare cose normali delle pratiche prive di empatia e coinvolgimento.

Ci si ritrova a fare video call in cui la telecamera, nella maggior parte dei casi, è spenta. E non certo per una scarsa connessione.  

Ci siamo abituati a nasconderci dietro un microfono per non mostrarci sfatti e poco curati, per leggere un documento che non c’entra nulla con la riunione dalla quale non ci sentiamo coinvolti abbastanza, o perché siamo con i nostri figli in casa che ci chiamano perché la carta igienica è finita.

Mentre la cerchiamo pensiamo che forse possiamo approfittare di una mezz’ora tra due call per fare la spesa, ma anche per scongelare il pane e preparare il pranzo.

Non ci sono più orari, tempi scanditi, apriamo il gestionale aziendale, fissiamo gli appuntamenti con il pigiama ancora indosso perché tanto non si esce neanche oggi e il lavoro può proseguire nel letto fino all’una di notte.

Le giornate trascorrono così e nel frattempo muore ogni relazione sociale, la tua azienda assume altre persone delle quali per mesi conoscerai solo la voce, il nome e il profilo Instagram.

La nostra esperienza in Digital

Beh, la nostra esperienza, la mia esperienza è stata differente rispetto a tutti quelli che si sono detti così entusiasti dello smart working.

I miei collaboratori non vedevano l’ora di rientrare, di vivere la flessibilità oraria che l’azienda gli ha sempre concesso.

Tutti desiderosi di potersi sentire nuovamente delle persone attive nelle ore in cui devono esserlo, parte di un gruppo, di una comunità professionale che avanza insieme.

Contenti anche di poter riassaporare il tempo fuori dal contesto lavorativo. Quello vero, che è tornato in tutta la sua concretezza.

In futuro si potrà senz’altro, in modo strategico e intelligente, avvalersi dello smart working come un’alternativa in alcune circostanze o necessità particolari.

Ma non può diventare la normalità, la regola.

Sarebbe un errore enorme, sarebbe la tomba del mondo del lavoro inteso anche come socialità, vicinanza, collaborazione, condivisione.





Shares